Family in Waterbury

Da New York,con la Basilicata nel cuore

da Ilenia Litturi
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Non ci sono parole per descrivere l’intensità di ogni singola parola, che esce dall’inconfondibile penna di Joanna Clapps Hermann . Un’italo-americana meravigliosa, un’insegnante meritatamente pluripremiata, nata e cresciuta dall’altra parte del mondo, in America, con un bagaglio di sentimenti e passioni, inconfondibili richiami delle sue radici lucane.

La sua storia è la storia di tanti altri che se ne sono andati nella speranza di trovare un mondo migliore altrove. Alcuni ce l’hanno fatta altri no. Molti sono tornati molti sono rimasti. È stato un onore intervistare Joanna sulla sua ultima fatica letteraria: The Anarchic Bastard (Il bastardo anarchico), uscito negli Stati Uniti a marzo. Un memoir scritto per entrare nel cuore. Da sottolineare come il testo sia incastonato di gioiellini scritti in lucano. Un ulteriore segno d’amore per la Basilicata, terra d’origine della sua famiglia.

Cosa l’ha spinta a scrivere questo libro?

La mia famiglia italiana è sempre stata nevralgica nel modo in cui: guardo alla vita, mi occupo di ciò che mi interessa fino ad individuare cos’è importante anche se a volte è così intensa e presente, quasi soffocante, che non posso sempre essere all’altezza delle sue aspettative, cioè di essere una Tolvese o una Aviglianese modello. Quindi tutte le idee, gli usi, i costumi e le abitudini con cui sono cresciuta vivono in me e alla fine mi sono resa conto che avrei dovuto mettere tutto, nero su bianco, avrei dovuto parlare di questo aspetto della mia vita, di questo modo di vivere per cui ho sempre nutrito un duplice sentimento di fuga e passione.

Un titolo forte...

Inizialmente l’avevo intitolato Da un altro luogo e un’altra epoca. Mio nonno era un anarchico, un uomo duro, pieno di vitalità, che lavorava sodo ed era carico di rabbia. Ma poi l’editore mi ha caldamente consigliato di utilizzare come titolo del libro “The Anarchic Bastard” (L’anarchico bastardo) parchè rapisce subito lo sguardo del lettore per via della sua brutalità e durezza. Confesso di essere stata in crisi, non sapevo se usarlo oppure no. Tutti i miei amici scrittori di New York mi hanno detto di farlo: è un titolo grandioso! Io invece sono ancora in crisi perché è offensivo e non voglio offendere nessuno. La mia famiglia è stata molto carina nei miei confronti e nessuno me l’ha mai fatto pesare. Non ho ingrandito nulla sui miei nonni patriarcali all’antica, ho scritto come stanno realmente le cose.

Victor Hugo scrisse un tempo: “Cambiate opinioni mantenendo intatti i vostri principi; cambiate le foglie lasciando inalterate le vostre radici.” Cosa ne pensa?

Non l’avevo mai sentito questo aforisma. Penso che una persona non abbia la possibilità di scegliere ―le radici sono quelle che sono, senza non vivremo e prospereremo. Se cercassimo di cambiarle moriremo. Amo le mie. Sono cariche ed emozionanti, esaltanti e riscaldano. Amo la mia origine, la mia gente, amo le mie radici.

Parte del suo libro è scritto in lucano, come mai?

I miei nonni parlavano tutti in dialetto. La lingua che usavano era proprio il loro linguaggio. Non era un italiano storpiato ma era Tolvese o Aviglianese. Solo adesso gli studiosi capiscono la vera importanza di quei dialetti. Una mia carissima amica, Nancy Carnevale, che è una storica e una studiosa di dialetti, ha appena scritto un libro intitolato: “A New Language, A New World: Italian Immigrants in the United States 1890―1945.” (Un nuovo linguaggio, un nuovo mondo: gli immigrati italiani negli Stati Uniti 1890―1945) edito da University of Illinois Press.

Mi sarebbe tanto piaciuto parlare con scioltezza il dialetto. Conoscevo solo certe parole e non lo parlavo fluentemente. Mia zia Toni invece, lo parla benissimo ma purtroppo sono rimasti in pochi. Queste vecchie lingue sono così imbevute di storia … so per certo che quando mia madre e sue sorelle sono venute in visita, dai parenti in Basilicata, negli anni Novanta, sono rimasti estasiati e sorpresi di sentirle perché adesso si parla italiano corrente da quelle parti. È una terribile perdita. Ogni parola che conosco la conservo gelosamente perché oltre ad essermi cara è un pezzo di storia e cultura.

Cosa significa crescere italiani in America?

Per molti aspetti ero veramente italiana, nel senso in cui lo considerate in Italia, ma io vivevo in una colonia americana, abitata da italiani. Una cultura nella cultura. Non era che non fossi americana, sapevo di esserlo ma un’altra parte di me, quella più intima e più importante era italiana, sono infatti cresciuta con gli usi e i costumi che i miei nonni si sono portati dietro. Ancora oggi faccio fatica a non rispettarli. Mi secca il fatto del titolo del libro, di aver scritto cose che invece avrei dovuto tenere segrete, sarò per sempre italiana, da quel punto di vista.

Chi sono oggi, gli italo-americani?

Gli italiani in America sono tante cose diverse. La comunità italo-americana di cui sono membro a New York, è composta da insegnanti, scrittori, poeti ed artisti. Ci sentiamo tutti connessi in modo viscerale gli uni agli altri attraverso le nostre origini ma ci preoccupiamo del mondo che ci circonda e del nostro ruolo. Nel mio immaginario il mondo italiano era da fiaba non materiale. Esaltante ed estremamente vivo. Ognuno di noi vive nel proprio angolo di mondo. Faccio parte del mondo come i miei amici del resto. Poi ci sono quelli che sono, in un certo senso, “fissati” e si tramandano ogni tipo di tradizione. A volte li invidio altre sono contenta di vivere come vivo.

Ovviamente ci sono italiani di ceto medio basso e molti altri invece hanno ricevuto un’alta educazione nelle arti, in legge o nella medicina. Ma la maggioranza degli italo-americani ha una profonda e spassionata connessione con la propria cultura d’origine anche se spesso non siamo d’accordo su cosa in realtà significa.

Cosa ne pensa di ‘Jersey Shore’?

Penso sia ridicolo, irriverente, per certi versi e mi spiace che questi giovani siano cresciuti senza alcuna educazione. Ma non lo prendo seriamente in considerazione e non penso faccia fare brutta figura agli italiani. È solo uno stupido programma televisivo e ce ne saranno sempre di così. Il gruppetto di ragazzi ci ha visto giusto: un modo strano di raggiungere il successo. A parere mio, a loro va bene farlo e non sono certo qui per giudicarli.

Che cos’è secondo lei, il sogno Americano?

Il sogno Americano è avere un sogno individuale, che non sia dettato dalle istituzioni o dalle autorità, come per esempio la Chiesa. È il trovare in ognuno di noi cos’è quel fuoco che arde dentro, cui permettiamo di esistere.

Cosa preferisce dell’Italia?

Quello che preferisco dell’Italia è praticamente tutto: il cibo, il modo in cui sia fresco e sia sempre migliore degli altri. Il modo di vivere, le passeggiata serali, i quadri, le sculture, i film (tra i tanti, adoro Visconti). Amo le pietre degli edifici, il modo in cui questi ultimi vengono dipinti. Amo i viali medievali, i passaggi, le scalinate, i vicoli stretti e le grandi vie. Amo Roma, Napoli, Bologna, Palermo e Cefalù, Venezia e Torcello, Ravenna, Torino e tutte le piccole località piemontesi e le Langhe. Amo le diciotto portate del pranzo della domenica, i mercati e i musei. Impazzisco per la letteratura, Sciascia, Natalie Ginzburg, Carlo Levi e Primo Levi. Amo il modo in cui il lavoro non sia l’unica cosa che conta nella vita ma conta soprattutto uscire a cena con la famiglia, o il pranzo della domenica. Bersi con un’amica un caffè nel bel mezzo della mattinata. Le sessantacinquenni sono così sexy e meravigliose. Il caffè non ha eguali e amo che ogni piccolo dettaglio sia spesso estetico, anche se si tratta della cosa più insignificante, qualcuno si adopra per curarlo. Amo che gli uomini amino i bambini, in quel modo giocoso, unico nel suo genere. Amo il modo in cui i ragazzi si divertono a giocare con i più piccoli, stuzzicandoli di continuo. Amo gli amici che passeggiano su e giù per la strada, nel mezzo della notte, dopo aver passato diverso tempo al bar o all’osteria, non vogliono rincasare ma vogliono scambiarsi qualche risata in più, bloccando il traffico pedonale … è meraviglioso. Amo che così tante culture abbiano influenzato ciò che è oggi l’Italia, rendendola una terra così stratificata e meravigliosa.

Come definirebbe con tre aggettivi la Regione Basilicata?

Selvaggia, remota e mozzafiato.

Ha in programma di tornare in Lucania?

Ci verrò ad agosto con mia sorella, mia nipote e due cugini. Sono entusiasta. Voglio passare a setaccio ogni angolo nascosto della Basilicata e non perdermi nulla. Ma so già, che anche se il tempo non sarà sufficiente, godrò appieno ogni singola ora.

C’è qualcosa che vorrebbe dire agli italiani?

Mi considero prima di tutto una donna e poi una donna del sud. Sono proprio orgogliosa di discendere da gente così determinata e con una grande personalità.

Qual è il suo motto?

Il vedere viene prima delle parole. Mi piace lasciare che la vita esista, mi invada i sensi e solo dopo, comincio a chiedermi come si chiama, com’è chiamato, cosa sembra o cosa significa quella determinata cosa.